Come indossare l’etnico in inverno

Ciao Sara! Mi chiamo Irene e ho 21 anni. Sono una rettangolo alta 1.73 e peso 50 kg. Ho letto il tuo ultimo post sull’abbigliamento etnico: io, infatti, adoro questo stile e mi ci sento bene dentro 😉 da quando avevo 16 anni mi vesto in questo modo. Unico neo, mi riesce MOLTO meglio vestirmi etnica nelle mezze stagioni, e soprattutto d’estate… infatti in questi mesi sono sempre andata a giro con gonne lunghe fino ai piedi e pantaloni da odalisca variopinti… Mi sento davvero a mio agio cosí! Peró c’é un problema: quando arriva il freddo é un disastro. Finisce sempre che mi sento anonima… I capi invernali che ho, per quanto abbia fatto in modo di sceglierli colorati (mi donano i colori caldi), sono tutti a tinta unita, nessuna decorazione/fantasia, e tagli semplicissimi… E allora faccio in modo di ravvivare con sciarpe e monili etnici… ma non è la stessa cosa! Alla fine resta il fatto che sono vestita con normalissimi pantaloni e normalissima maglia. Che barba! Come chiedeva Fabiola, in un commento, è possibile vestirsi etnico in inverno “senza sembrare uno yeti”??! Mi ha tolto le parole di bocca… 😉
Grazie Sara!
Irene
Irene

Pubblico questa mail solo adesso perchè scrivere di maglioni e stivali col pelo in estate a me mette caldo. Lo so, un giorno o l’altro dovrò farmi curare. Questa mia intolleranza climatica non mi colpisce solo quando sfoglio l’inserto sfilate di Vogue sul bagnasciuga insieme al mio migliore amico e giochiamo alla vetrina (un gioco inventato dalla mia ex compagna di banco al liceo, eravamo davvero molto interessate alle lezioni di matematica e fisica, altroché…), ovvero a scovare abiti portabili in una marea di abiti improponibili. Lui sceglieva le modelle, chiaramente. Ad ogni modo, questo mi ha permesso di riflettere molto su questa domanda e sono giunta alla conclusione che è meglio dire la verità piuttosto che giocare alla Carla Gozzi della situazione, dando soluzioni discutibili avendo formulato una risposta prima ancora di sentire la domanda (non so se l’avete notato, ma a “Ma come ti vesti” funziona così: “Sei sempre in scarpe da ginnastica, vai subito ad autoinfliggerti 100 frustate con un ciclicio medievale!” “Ma Carla… Non metto i tacchi perchè ho il crociato rotto; non vedi il gesso?!” “Ma cara è  presto fatto! Eccoti un paio di scarpe tacco 15 in corda zibellinata che sono comodisssssime!” “Ma non riesco a camminarci, ma comode de che?!” “Questo perchè sei un subumano, nessuna donna vera traballerebbe come te sui tacchi! E’ chiaro che non appartieni al nostro genere!” “Carla ma io devo prendere il treno e correre in stazione perchè le coincidenze sono sempre in ritardo, come faccio col tacco 15 zibellinato e la gonna, con il portatile, le carte del tribunale, i verbali, tutto quello che mi serve per lavorare?!” “Ma cara è presto fatto! Ecco qui una comodissima microborsetta a mano dove infilare solo portafogli, carta di credito, cellulare e rossetto. Come una vera lady.” “Ho come l’impressione che tu non mi stia ascoltando” “Ovvio, io ed Enzo siamo storditi dalla bruttezza di questo cardigan nero, ma con cosa lo metti?! Via nel bidone del riciclo, lo faremo diventare un cappellino maculato con veletta e brillantini arcobaleno che potrai sfoggiare ad Ascot!” E via dicendo). Quindi, onde evitare di farmi prendere dalla sindrome di Carla Gozzi, sarò sincera: in inverno lo stile etnico non si può adottare. E la ragione è anche molto banale: i Paesi da cui vengono la maggior parte di abiti etnici sono Paesi in cui l’inverno non esiste. Se una è abbonata a gonnellone indiane, pantaloni e kaftani del Nord Africa, bracciali e collane multicolori del Burkina Fasu o gonne di paglia polinesiane, dovrebbe sapere che – beati loro – in questi posti han bisogno giusto di uno strato di cotone praticamente 12 mesi all’anno. E io, odiando l’inverno, da brava lucertolina mi ci trasferirei anche subito.

La soluzione arriva spostando il problema: cosa s’intende con “etnico”? Se appunto siamo legate all’idea che sia uno stile che mescola abiti d’ispirazione indiana, medio-orientale e africana, probabilmente in inverno siamo destinati a gelarci i ciapét. Ma “etnico” in realtà non significa solo questo e chi mastica un pochino di antropologia sa bene che “etnico” è tanto il foulard indiano quanto la polenta valsugana, tanto il servizio da té giapponese quanto i maglioni con le greche scandinavi. E’ uno stile che andrebbe ampliato, spostando nei mesi più freddi le nostre coordinate geo-modaiole più a nord o più in alto, dove l’inverno è comune e spesso perenne: Ande, Himalaya, Siberia. Ovvio: sono stili molto diversi da quello che abbiamo in mente quando parliamo di “abbigliamento etnico”; ma è proprio il restringere il campo ad uno standard ben codificato (gonnellone, pantaloni larghi, collane di legno) a far perdere la varietà di ciò che è davvero etnico ad uso e consumo di una clientela (la nostra) nutrita a gusti preconfezionati; in questo modo, si addomestica l’alterità culturale e la si rende più digeribile anche ai palati più territoriali. Ma dobbiamo rassegnarci al fatto che (per fortuna) là fuori ci sono molte più differenze di quante crediamo, che la Russia non è solo matrioske, la Francia non è solo macarons, l’etnico non sono solo elefanti neri su un telone giallo.

Veniamo a noi: attingere quindi dalle tradizioni vestiarie di popoli che convivono con neve e venti gelidi è l’unico modo per adottare uno stile etnico anche in inverno. Almeno, così pare a me. Non credo riuscirei a digerire una gonna indiana con maglione, scarpe col pelo e tripla calzamaglia; a ogni capo la sua stagione. Dato che quest’inverno le sciarpe giganti sono il must, addirittura usate come ponchos e coperte in alcuni casi, l’idea più semplice che m’è venuta è sfruttare quei bellissimi maxi foulard siberiani, tibetani, mongoli, dai colori caldi, con disegni elaborati e in tessuti come lana e cachmere (mentre ero nella Siberia orientale, vicinissimi alla Mongolia, ho visto mercati improvvisati di pastori che vendevano queste sciarpone 100% cachmere, morbidissime e caldissime, a soli 20 euro. Mannaggia a me che avevo lasciato il portafogli in ostello). Vivacizzano anche un cappotto nero e un paio di jeans, riscaldando il look in tutti i sensi. Tra l’altro, la fantasia di questi tessuti tradizionali nomadi è stata d’ispirazione per un’intera collezione di Valentino. Non che questo li renda più belli, io li trovo stupendi già di loro.

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Un’altra idea è prendere ispirazione dai tessuti andini, dalle loro coperte usate come sciarpe in cui avvolgersi o come ponchos legati in vita da una cintura.

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Anche per chi non è particolarmente attratto dallo stile etnico, questo è un modo per dare un po’ di colore alle lunghe e grige giornate invernali (e per stare belli caldi, dato che, se originali, questi capi sono fatti per resistere a temperature molto sotto lo zero)

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